Utopia storica relativa. Capitolo I

Inizia con questa prima parte intitolata Il sogno il racconto 2083 Utopia storica relativa. Potete leggere il prologo andando alla pagina Un racconto per capire meglio il contesto della storia e l’origine delle vicende

Il Sogno

«Salve.»
La voce di Carlo era sommessa e limpida allo stesso tempo.Il tono era naturale, senza l’affettazione che si avverte nei buongiorno, grazie, arrivederci dei commercianti verso i clienti che entrano ed escono da un negozio.
Mostrò il tesserino con fare altrettanto naturale all’autista che scosse il capo verticalmente per annuire e forse anche come segno
di saluto.
Carlo si guardò attorno reggendosi alla spalliera di un sedile e vagò con lo sguardo per cercare un posto libero. I suoi occhi si posarono fugacemente sul volto degli altri passeggeri, ne riconobbe un buon numero, qualcuno aveva gli occhi chiusi, altri erano attenti alla lettura probabilmente di un libro o di un tablet. Si sedette accanto a un finestrino occupando l’ultimo posto libero.
Ebbe la tentazione di estrarre dalla borsa che portava a tracolla il libro che stava leggendo in quei giorni. Ma la vista si fissò lontano, oltre il finestrino, in un punto imprecisato tra il verde di un boschetto e il cielo.
Le immagini scomparivano all’improvviso e Carlo sembrava non farci caso. Guardare in quanto passeggero dal finestrino di un autobus o di un treno non è come stare alla guida, le immagini non scorrono fluide come la pellicola di un film. Sono intermittenti, a salti, paiono più diapositive proiettate in modo irregolare. Ci si sofferma di più su alcune, meno su altre. Ma Carlo non pareva essere interessato alle immagini: pensava. Rifletteva più che altro. E intanto la grande strada scorreva, come una cornice colorata, un arcobaleno senza fine. Il cielo era quello autunnale anche se era piena estate.
La mattina era fresca, l’aria leggera. La strada era formata da due corsie che correvano in senso opposto di marcia, separate da un tappeto erboso di un verde vivo in cui compariva una fila di alberi interrotta da alcune aree vuote oppure occupate da cespugli asimmetrici, altalenanti a osservarle durante la corsa dell’autobus.
Era strano. È strano pensare, da quando si è nati, che le strade sono ingombre di auto e quasi all’improvviso vedere quelle stesse strade semivuote. Il traffico, le lunghe soste ai semafori, i clacson, le frenate improvvise, tutto un ricordo. O quasi, insomma. Non che le strade si fossero trasformate in un paradiso bucolico e il paesaggio non era certo l’Arcadia: fabbriche ce n’erano, eccome, e la vita si aggrovigliava frenetica attorno e dentro le città. Ma tutto era più umano o sembrava esserlo. Ma certo, lo era. Circolare con l’auto se non con permessi speciali era ormai un divieto fisso. E non per ragioni ecologiche, ambientali o altro. L’economia ha ragioni che vanno ben oltre i desideri e gli ideali delle persone. Quando una decisione di quel genere viene presa è perché qualcosa è accaduto nel tessuto profondo del sistema. L’ecologia conta poco, quel che conta è la possibilità di esistenza, di sopravvivenza, come si potrebbe dire – economica?
Eh già! In una manciata di anni le cose erano cambiate parecchio. Carlo, con gli occhi fissi nel solito punto imprecisato, rifletteva sul cosa sarebbe accaduto negli anni a venire. Provava un misto di apprensione e appagamento.
L’incertezza occorre ammetterlo, crea sempre disagio. L’essere umano ha bisogno di certezze a tal punto che, se e quando non ci sono a volte le inventa. A parte quando non vede l’incertezza, che è cosa ben diversa dal non volerla vedere. A volte l’incertezza non si vede perché non sarebbe possibile vivere in una continua incertezza.
Sarebbe un po’ come camminare stando sempre attenti a non inciampare o pensare che da un momento all’altro potrebbe aprirsi una voragine sotto i nostri piedi. Assurdo! Quanto saremmo goffi?
Appagamento. Carlo era certo di una prossima trasformazione che avrebbe potuto ridare vita a sogni e prospettive di un mondo migliore. Quello era il suo appagamento. La certezza che quasi tutto viaggio ebbe un attimo di esitazione non sapendo quale mano tendere, ma fu un’incertezza fugace e allungò di poco il braccio sinistro.
«Gianna» rispose un po’ sorpresa.
Avrebbe preferito un nome tipo Nicole o Sara, ma quando osservò con più attenzione i suoi occhi e il suo sorriso si convinse che qualsiasi nome andava benissimo, anche Michela che era un nome che odiava, sarebbe stato del tutto marginale.
Gli occhi erano limpidi, il sorriso leggero, proprio come il profumo che aveva addosso.
Chiacchierarono un buon quarto d’ora delle loro origini e delle rispettive famiglie, cosa strana che Carlo non era solito fare. Gianna era di famiglia operaia e portava il nome della nonna morta precocemente in uno sciagurato incidente in fabbrica, parlava con disinvoltura e semplicità. Un esile filo di orgoglio per quelle sue origini semplici permeava i suoi discorsi. Disarmante. Carlo sembrava essere a disagio per le sue origini borghesi che aveva sempre odiato (il padre era un manager di alto livello), ma non per le condizioni privilegiate che gli avevano consentito di vivere nel benessere e potersi dedicare a molti interessi, ma per la rabbia verso quella contraddizione tutta interiore che lo faceva sentire fuori posto. Pago e soddisfatto per le possibilità avute e godute, ma furioso per il fatto di sentirsi un privilegiato. Sembrava una condanna e ne era avvelenato.
Immersi nella conversazione, assenti come in una bolla dove il tempo non scorre, non si accorsero che l’autobus si era fermato.
Come se una sveglia li avesse riportati alla realtà sentirono schiamazzi e urla, e intanto l’autista aveva spento il motore. I passeggeri cominciarono ad alzarsi dai loro posti e a confabulare.
Qualcuno gli chiese se avesse idea di cosa stesse succedendo, ma l’unica ipotesi plausibile era che l’assembramento di folla poco più lontano dell’autobus stesse protestando con particolare animosità.
Carlo estrasse il cellulare dalla borsa e fece una telefonata.
«Le cose sono abbastanza grosse e pare che stia intervenendo un numero consistente di agenti antisommossa. Alcuni gruppi organizzati stanno occupando il municipio.» osservò rivolgendosi a Gianna.
«C’è un amico che mi chiede se penso di partecipare alla protesta.»
In altre occasioni non avrebbe di certo esitato e si sarebbe mosso subito seguendo le indicazioni per telefono, e pronunciò quelle parole combattuto tra l’enfasi spontanea che lo sopraffaceva e il timore di apparire troppo schierato con la protesta.
Era sufficientemente informato e con un buon numero di conoscenze da aver intuito quale fosse il motivo di tanta animosità e capiva che quella non era semplicemente una folla impazzita. La testa del corteo era organizzata, sapeva come muoversi e aveva un obiettivo preciso. Sperava in cuor suo di leggere sul volto di lei l’espressione di approvazione che sperava. Gli sarebbe bastato un guizzo nei suoi occhi per approfittarne e trascinarla con sé. In quel momento era egoista, lo riconobbe a se stesso. Aveva sempre sperato di incontrare una persona con la quale condividere la sua rabbia e le sue convinzioni politiche, ma capiva che coinvolgerla sarebbe stato tutto sommato da irresponsabile. E se non avesse condiviso? Se fosse rimasta indifferente alla sua esortazione? Cosa fare? Lasciarla lì e andare o far finta di niente e restare? Gianna gli piaceva. Gli erano bastati quei quindici, venti minuti per capire che lei avrebbe potuto
essere la compagna di tutta la vita. Quel suo fiero orgoglio di appartenenza sociale, quel senso spontaneo di rifiuto delle condizioni di privilegio delle classi benestanti di cui aveva avuto modo di sentirle esprimere lo attraevano irresistibilmente. Ma i pensieri di lei quali erano?
Gianna lo esortò a parlare «tu sai qualcosa di quel che sta accadendo, te lo leggo negli occhi» disse.
Egli ebbe un sobbalzo. E ora? Che fare? Lo assalì una specie di smarrimento. Lei comprese l’esitazione.
«Andiamo?»
Fu l’unica parola pronunciata da Gianna prima di ritrovarsi assieme spinti in mezzo al corteo tra bandiere sventolanti, striscioni, il cielo che tuonava, gocce fresche che cominciavano a cadere lente tra quei grumi di vita urlante. Carlo sentì la bocca di Gianna sulla guancia e una goccia scorrere sul viso. Gianna lo guardò di fuggita in mezzo a quel caos che confondeva l’una persona all’altra e vide quella goccia scorrere sul suo volto. In quel momento non capì: era una goccia di pioggia?

 

  Continua…

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