Cap II. Parte VII

Sapeva esserci non molto distante uno dei grandi circoli della città il Circolo del Municipale. Un nome forse dato così a caso perché sembrava suonare bene. Si trovava all’interno dell’edificio dove una volta sorgeva il vecchio Municipio di Torino. Ora era stata creata in quella parte della città la più grande arteria viaria unendo via Gottardo e via Sempione che permetteva di raggiungere dal Compartimento l’accordo autostradale in pochi minuti con qualsiasi mezzo. Decise di fare una passeggiata sino a là e mangiare qualcosa prima di proseguire nel programma che si era dato durante la notte insonne.
Il circolo offriva decine di servizi ed era sicuramente il più attrezzato di tutti. I locali adibiti alla ristorazione erano piccoli, ma occupavano più stanze. Erano arredati sobriamente e in vecchio stile paesano. Nonostante la vicinanza a una delle vie più trafficate era possibile godere della pace più assoluta. Guardando dalle finestre, ingentilite da antichi pizzi preservati dal disfacimento e ritrovati chissà dove, si scorgeva un piccolo parco alberato  che ispirava un senso di freschezza e serenità.
Scorse il menù velocemente e ordinò degli gnocchetti di patate al Castelmagno e dello spezzatino di trota servito con un trito di porri stufati addolciti con panna.
Gli gnocchetti erano presentati su di un grande piatto giallo ornato di un ciuffo di cerfoglio novello e tenero.
Stava per portare alla bocca la seconda forchettata del succulento piatto quando due mani morbide e lisce gli premettero gli occhi e nel contempo ebbe la netta sensazione che un ciuffo delle sue lunghe chiome avesse assaggiato il Castelmagno.
Soltanto al buongiorno proveniente da una fonte alle sue spalle dette un nome a quegli arti angelicati.
– Adia – l’esclamazione conteneva a stento la soddisfazione per la presenza della creatura femminile.
Liberato dal bendaggio umano dovette tristemente constatare che non era sola. Un tipo belloccio e sbarazzino  stava tendendo la mano alla ragazza per invitarla a sedere ad un altro tavolo. Manuel non si lasciò spiazzare dal crudele destino
– Potete sedervi qui se vi va – affermò con decisione. –
Anche se con una certa esitazione da parte del giovane che stava con Adia entrambi accettarono l’invito rivoltogli.
Ne seguì una conversazione più gradevole del previsto. Manuel tentò di scandagliare il rapporto che legava Adia e  il presunto cicisbeo, ma non ottenne risultati apprezzabili. I due ospiti sembravano eludere di proposito i sottili tranelli dialettici che nel corso della conversazione Manuel tesseva come una rete. Aldo, il giovane accompagnatore della leggiadra creatura si rivelò meno svampito di quel che poteva apparire al primo approccio. Il giovane accompagnatore s’intrattenne anche in una retorica prolusione sulle possibili strategie economiche da attuare per sviluppare l’area industriale OASI, dando prova di una conoscenza storica non indifferente dello sviluppo urbano di Torino provocato dall’avvento della grande fabbrica nel XX secolo.
Il cicisbeo sosteneva che se era stato possibile realizzare un intero tessuto urbano e dare vita all’espansione economica di tutta una regione attorno all’idea di macchina e non all’oggetto in sé, sarebbe stato possibile di certo almeno raddoppiare la crescita economica della Torino contemporanea vendendo la nuova idea creata da OASI e non la stessa produzione di mezzi materiali. In sintesi la logica dal giovane era che OASI doveva essere reinterpretato come sogno realizzato e venduto come possibilità di un nuovo modello di vita e questo avrebbe dato vita a un nuovo impulso economico anche in altri “territori”.
Manuel preferì non contraddirlo anche se avrebbe avuto buoni argomenti da contrapporre pur senza affrontare l’aspetto puramente economico: ad esempio il meccanismo perverso che si sarebbe potuto creare al risorgere di siffatte strategie di marketing. La necessità di rinnovare studi e ricerche in quel campo e il ritorno di disgustosi esperti nel controllo dell’esistenza umana. Ma in quel momento non solo non era interessato a dare seguito al discorso, aveva altre cose per la testa, a parte Adia.
Terminarono il pasto assaporando una leggera mousse di ricotta e canditi dal sapore casalingo, come di bei tempi andati. Manuel riflettè ad alta voce sul fatto che certi sapori forse li ricordavano i nonni quando ricordavano a loro volta i dolci preparati dai loro nonni, ma che importanza aveva forse i tempi andati non erano di sicuro migliori di quelli presenti. Il sapore che avrebbe ricordato lui era quello presente e non quello del passato.

Era ormai pieno pomeriggio quando arrivò alla Villa. Un pomeriggio tiepido, ma semi oscurato da ammassi nuvolosi ostili e minacciosi come capitava spesso da qualche tempo. Il signor Lippolis, appellativo con cui i frequentatori della Villa chiamavano uno dei tanti gerenti, era seduto pensoso su una delle panchine del grande giardino e salutò calorosamente il giovane. Era vicino alla sessantina, più o meno l’età di suo padre eppure ne dimostrava almeno dieci in più. L’apparenza era quella di un contadino d’altri tempi. Nel raggiungerlo gli era sembrato che una persona con impermeabile e capelli corti, probabilmente una donna a giudicare dalla siloutte, si stesse allontanando vedendolo sopraggiungere. Proseguendo per il sentiero interno al giardino si percorreva il retro dell’edificio e si sarebbe incrociato nuovamente lo stesso sentiero che saliva un poco più in basso, ma fuori dalla portata della vista da dove era seduto il Lippolis.
Manuel non ebbe bisogno di fare domande
– Ho capito perché sei qui a quest’ora –
Il signor Lippolis avviò il discorso e proseguì senza interruzioni raccogliendo più elementi possibili dell’accaduto in poche frasi, temendo di omettere qualche particolare se si fosse attardato in descrizioni elaborate.
Se i ragguagli forniti dal Lippolis corrispondevano a verità lo sconosciuto era stato punto da parecchie vespe mentre era diretto con la macchina al locale e anche lo stesso Lippolis, come tutti frequentatori del locale, non avevano mai visto quell’uomo fino a quel momento. A quanto pare era stato ritrovato nella macchina dello sconosciuto un piccolo nido che sembrava essere stato edificato sotto al sedile di guida. Lippolis, a suo dire, era presente mentre gli esperti del Compartimento svolgevano le indagini e lo avevano informato di quei pochi particolari e niente di più.
– Manuel ti aspetto di nuovo una di queste sere con la tua “arpa laser” – furono le ultime parole di Lippolis prima che Manuel si congedasse da lui. Il giovane allungò il braccio in segno di saluto e scosse la testa per comunicare l’assenso.

continua…


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