La domenica andando alla messa. Anzi, il sabato mattina andando al mercato.

by Giovanni

Pensieri scritti alcuni anni or sono.

milano metropolitanaHanno sostituito le carrozze della metropolitana. Non tutti i treni ne sono però già dotati, la maggior parte sono ancora composti dalle vecchie, sporche, storiche, imbrattate, ridipinte carrozze, che tanto mi ricordano gli anni settanta. Dentro a queste si respira, come in un salto temporale, un’aria di protesta, d’incazzamento, di menefreghismo allo stesso tempo, di fantozziana rinuncia, all’incalzare delle ore scandite dall’abitudine.

Ritrovo così, ogni giorno, quei visi sconosciuti per chi è nato al mare. I visi di chi in città c’è nato. Ci deve fare i conti. Soprattutto quando il pallore triste che torna dopo l’abbronzatura si confonde con il grigio delle carrozze.

Qui sotto, dentro a questo monumento della modernità, dentro a queste gallerie buie, con lo sferragliare continuo, deforme, deformante, tutto ha lo stesso colore. Tutti sono dello stesso colore. Tutte le cose si confondono una nell’altra. Il rumore è il vero padrone. L’imperatore di un mondo sotterraneo che non vedrà mai il sole.

Il bianco è nero e il nero è bianco (intesi anche come razze). Il melting pot del terzo millennio. La fusione, il frullato, di nomi, di volti, di lingue, di usi. E’ allo stesso tempo difficile distinguere le cose e ricomporle, unirle, armonizzarle. Troppe distinzioni, troppi confini, troppo di tutto. Eppure è ad un tempo tutto l’opposto.

Mi sembra, mentre mi guardo attorno, mentre navigo nei miei pensieri, che i paradossi e le contrapposizioni ci siano tutti. Quelli sociali, quelli personali. Quelli di una società, la metropoli, che ha visto nascere i piccoli e i grandi drammi di questi anni. I visi tristi, quelli allegri ma non troppo, i visi di chi sa dove sta andando e di chi non sa, i visi stanchi, annoiati, assonnati, arroganti. Mi guardo intorno. Loreto. Devo scendere.

Mi soffermo però ancora un attimo a riflettere sulle carrozze del metrò, mentre lo vedo partire. Quelle nuove sono molto lunghe e senza divisori. Si passa da una all’altra, senza soluzione di continuità. Sarà la metafora della società globale, l’indivisibilità, la falsa non differenza, l’indifferenza, il paradosso dell’uguaglianza, germe dei conflitti della società del terzo millennio? Mah. Non mi do una risposta. Per fortuna vedo il sole.

Girare tra i banchi del mercato, è ritrovare uno spicchio di tradizione. E’ come quell’attimo di brezza, d’estate nell’abbraccio soffocante dell’afa, che ti dà l’illusione di poter respirare un po’; non è un semplice, banale, nostalgico desiderio di cose passate, è qualcosa di più. M’illudo. Milano è Milano.

Ed ecco di nuovo i mille volti sconosciuti, bianchi, neri, rossi, gialli, lingue incomprensibili, abiti di tutte le fogge; non ho niente contro nessuno, ma cosa ci stanno a fare qua. Ci sono personaggi proprio fuori posto. Me li ricordo bene i mercati di quand’ero bambino. L’odore del banco delle olive, i profumi delle verdure, del basilico, dei polli arrosto senza diossina. E poi, la parola più straniera era un madam, urlata da un ancora più straniero Salvatore ad una signora, scambiata per francese solo per un po’ di trucco in più.

Erano gli anni della BB, e vedere una donna un poco più emancipata, moderna, o magari con gli occhiali scuri e il foulard, faceva veramente effetto.

Non è però del tutto sgradevole, penso tra me, gironzolare qua in mezzo, anche se ad ogni passo devi schivare, aggirare, zigzagare, oltre che i banchi della mercanzia, anche le bancarelle improvvisate di personaggi di tutti i colori. Mah! Continuo però in fondo a pensare che per chi è nato al mare, questa è solo la confusione sconclusionata di una metropoli. Milano è proprio Milano.


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